
Se si chiede al gruppo Metahaven quale sia lo scopo dei loro progetti in relazione alla sfera politica, loro suggeriscono di vedersi non come esponenti di una particolare ideologia, ma come reporters che cercano di filtrare e spiegare il tempo in cui vivono, tempo che li ha visti formarsi come designers in seguito a due eventi in particolare.
Il primo è senza dubbio l’attacco del 9/11 al World Trade Center, un evento mediatico che ha reso le discussioni precedentemente astratte sull’iconografia, l’ideologia e la rappresentazione, violentemente reali1. Le torri gemelle hanno da sempre funzionato come logo non per un’organizzazione in particolare, quanto per il mercato del capitalismo generale. La loro ingombrante assenza, la loro improvvisa invisibilità, ha moltiplicato il loro significato in quanto “logo”, portando il logo ad essere in un immagine residua, persistente.
Metahaven ha riconosciuto in questo “vuoto” dei meccanismi molto simili alla tendenza del design di ritornare alla neutralità, al necessario piuttosto che alla scaristà o alla cosiddetta essenza2. Tutti valori che se un tempo corrispondevano ad una sincera necessità di equilibrio e temperanza secondo i valori modernisti, oggi sono in realtà strumenti contraddittori, introducono il caos nella sfera del significato, dal momento che si trovano disconnessi dalla realtà sociale politica ed economica in cui operano. Si tratta quindi di un assenza che non ha più niente a che fare con dei principi funzionali, ma che lascia dietro di se una traccia dei termini ambigui del potere, un’ immagine persistente di essi. La comprensione delle conseguenze del potere di un logo ha reso il grurppo Metahaven consapevole delle conseguenze politiche della pratica del designer.
Il secondo è stato la pubblicazione del manifesto First Thing First riformulato in chiave contemporanea nel 1999, in cui 33 firme appartenenti al mondo del design hanno sottoscritto un testo che denunciava la tendenza del design ad assecondare completamente l’ideologia della cultura commerciale. FTF sottolineava la sempre più pressante necessità di preservare uno spazio per quelle forme di pensiero libere dai meccanismi invasivi pubblicitari, per impiegare le abilità e sensibilità creative del design al servizio di attività più degne, intervenendo su problematiche più urgenti come le crisi ambientali, sociali e politiche.
Non era la prima volta che si sentiva l’urgenza di portare alla luce un punto della situazione critico della pratica del design, anche nel 1964 il manifesto FTF era stato pubblicato in risposta alla sempre più ingombrante presenza dell’Advertising strategy, più come avvertimento che come denuncia; la versione contemporanea parlava piuttosto di una ferma volontà di cambiamento, o piuttosto di un’intempestiva inversione di rotta, forse poco propositiva, ma in ogni caso costrinse il popolo del design ad un brusco esame di coscienza.
I componenti di Metahaven, che nel 1999 stavano ancora finendo gli studi alla Jan van Eyck Academie, furono testimoni dello stallo teorico suscitato dal TFT soprattutto in ambito accademico.
La più giovane del collettivo Vinca Kruk, una volta terminata l’università, affrontò essenzialmente due alternative: lavorare per una grande compagnia corporativa, o dedicarsi al campo culturale, che dal suo punto di vista era già stato spinto fino al limite. Dopo l’incontro con Van der Velden ed essersi unita al suo progetto su Sealand, i due cominciarono a pensare alla possibilità di creare una dimensione in cui gli spazi per la pratica e la teoria non fossero vincolati vicendevolmente, un luogo in cui poter fare del design libero dalle logiche del consumo e delle finte necessità, che anzi rispondesse alla necessità di ripensare al proprio ruolo e all’urgenza di senso, di ridisegnare la pratica del design.
Uncorporate Identity è un progetto editoriale che Metahaven ha pubblicato nell’inverno 2009, si tratta di un volume che raccoglie i testi più significativi, le interviste, i report delle conferenze, le proposte e le documentazioni dei progetti che il gruppo ha svolto dal 2003. Van der Velden in un’intervista considera questo lavoro come un manifesto, quasi a lasciar intendere che si tratti di una risposta al vuoto propositivo del manifesto FTF. Rispetto alla struttura del FTF, non si tratta solo di una dichiarazione di intenti, ma della descrizione di un discorso nel suo sviluppo, questo perchè lo scopo del manifesto è quello di interrompere, non di affermare, la sua modalità di espressione deve essere diversa dal modo di parlare comune, nella misura in cui permette l’utilizzo di nuove parole, nuovi termini e analogie, per rendere obsoleti quelli stabiliti3.
1 The Eye Magazine 71 september 2009 “Borderline” by Rick Poynor
2 White flag Discourse on neutrality Daniel van der Velden Lecture at Viper conference, Basel, Switzerland 2004
3 White Night Before A Manifesto Metahaven Published in May 2008