Esperienza dell’opera e partecipazione frustrataPerché? Perchè dici di essere un artista? Cosa fai? Queste erano le domande che si poneva Bruce Nauman circa quarant’anni fa, all’inizio della sua carriera. La condizione polemica, autoriflessiva, socraticamente inquisitoria, con tutto quel procedere di “perché”, è un momento necessario nel divenire del lavoro di ogni artista. È un momento legittimo, perché rappresenta il tentativo di giustificare la propria presenza, di testimoniare il proprio ruolo. È un momento inevitabile, perché è proprio attraverso l’incedere irriducibile di queste domande, che emerge in modo sempre più chiaro la direzione, il “come” della propria ricerca e autonomia espressiva. Questa è una lezione che da Duchamp in poi ha influenzato l’operato di molti artisti, come diceva Clement Greenberg: ‘una pratica moderna è una pratica autonoma, cioè capace di essere autoriflessiva’.
Effettivamente nel corso dell’ultimo secolo la “modernità” di ogni specifica autoriflessione è stata lo specchio di motivazioni sempre diverse, ed è sulla base di queste motivazioni che la critica è riuscita ad imporre un metodo per tassonomizzare le correnti, gli stili e i gruppi di artisti, che proprio in nome di quell’introspezione speravano di rompere i limiti delle categorie. Questa è un’autonomia che in qualche modo Nauman è riuscito fin da subito a raggiungere. L’eterogeneità dei mezzi e di interessi che ha caratterizzato la sua lunga carriera non gli ha impedito di essere etichettato come minimalista, performativo, concettuale, comportamentale, ma il saper anticipare o oltrepassare continuamente i generi lo ha reso inevitabilmente “unico nel suo genere”. Per questo motivo la non-arginabilità della pratica di Nauman è sempre stata vista come un punto problematico.
Proviamo ora ad immaginare il processo di domande che Nauman ha attraversato per arrivare alle motivazioni originali, quelle che caratterizzano il “fare” del suo lavoro, il suo segno.
Sappiamo dalle sue interviste che nel periodo in cui ha cominciato queste riflessioni era già passato da un facoltà di matematica, un’esperienza da musicista, una scuola d’arte, fino ad arrivare al ruolo di insegnante per corsi serali d’arte in una piccola scuola con pochi studenti e tanto tempo libero. La condizione di “insegnare” arte in aggiunta al molto tempo libero, erano i giusti presupposti per iniziare a riesaminare il suo ruolo d’artista.
Che cosa vuol dire produrre arte? Che cos’è un’opera d’arte?
Sicuramente, conoscendo la ricerca di Duchamp tramite il lavoro di Johns e Dine, sapeva che la risposta riguardava principalmente il ruolo dello spettatore. L’opera d’arte è un momento d’incontro tra il proprio mondo e quello di un altro.
Cosa significa pensare l’opera nella dimensione di un incontro?
Significa intendere il comunicare come un appartenersi reciproco, interdipendente.
Il compito dell’artista quindi è creare la situazione in cui avvenga questo momento di tensione. “L’altro”, colui che gode dell’opera, quando la riconosce come opera d’arte, vede in quell’oggetto o quella situazione qualcosa che è “riconosciuta da sempre”, ma che fino al momento prima dell’incontro non poteva sapere di conoscere.
Questa definizione si può applicare anche al meccanismo del “desiderio amoroso”: Deleuze rileggendo Platone stabilisce che “amore” è il movimento del pensare ad un altro interno come appartenente al proprio, mentre “desiderio” è lo spazio esterno contingente ed esponenziale, in cui questo stesso movimento tra interni avviene.
Possiamo dire che l’esperienza dell’arte e il desiderio amoroso abbiano in comune quindi questa stessa tensione. La partecipazione dello spettatore “desiderante”, l’azione della sua presenza che interviene a completare il lavoro, è uno dei temi più largamente affrontati nell’arte degli anni 60, anni che ricordiamo soprattutto per l’ideologia della contestazione collettiva e politica. La dimensione partecipativa nel lavoro di Nauman si distingue da quei primi esperimenti di democratizzazione dell’arte, in cui l’interevento del pubblico era inteso come via per liberare l’opera dalla sua aura di unicità e dall’intenzione autoriale. L’autorialità in Nauman non è mai messa in discussione. Le sue installazioni invitano “l’altro” a far parte del processo, ma allo stesso tempo pongono dei limiti, controllano la sua accessibilità. Le sue opere lasciano intuire una “partecipazione dipendente”, cioè un coinvolgimento ad agire passivamente all’interno dell’opera. Questo avviene perché Nauman non fornisce tutti gli elementi per accedere al lavoro, i suoi sono come degli indizi che lo spettatore deve seguire per completare la sua esperienza, e in nessun caso può prescindere da essi. La manipolazione del fenomeno consiste nel dare solo una parte delle informazioni, è un’esperienza parzialmente accessibile che trova il suo senso nell’incompletezza e nella tensione intuitiva che essa provoca. Il problema critico del desiderio è che esso si esaurisce nel momento in cui è libero di realizzarsi; il desiderio amoroso nell’opera di Nauman, che è quello della partecipazione desiderante, rimane vivo proprio perché è frustrato, indotto, disciplinato.
Nauman per ottenere questa forma di controllo pone sempre al centro la questione della soggettività, i suoi lavori cercano sempre di prevedere la reazione di ogni soggetto, limitando così la casualità nell’esperienza dell’opera. La limitazione negli ambienti di Nauman garantisce spesso una ripetizione o una sensazione di straniamento, che in molti casi può essere letta come una messa in scena dell’alienazione tecnocratica predicata da Marx. La verità è che gli stessi lavori partono sicuramente da questi presupposti di denuncia sociale, ma vengono poi scardinati, messi sotto pressione: il problema del controllo tecnocratico è solo un pretesto per parlare più universalmente del crollo della ragione e dell’identità.
Topological Gardens, giardini desiderantiNauman arriva ad ottenere il fenomeno della “partecipazione dipendente” seguendo uno dei principi di controllo tipici della tecnocrazia: anticipare e circoscrivere il comportamento umano.
Nella pratica curatoriale questa stessa operazione è sempre stato uno dei passaggi indispensabili per programmare sistematicamente l’incontro dello spettatore con le opere: l’ideazione di un percorso o di una sequenza, la scelta dei lavori, il concept, la decisione di mostrare o meno le parti caratteristiche e strutturali del contesto o del luogo espositivo, spesso richiamano l’immagine della stessa dialettica tra partecipazione e controllo.
Quest’anno il padiglione americano della biennale di Venezia si presenta con l’evento Topological Gardens, dedicato interamente all’opera di Nauman, e accetta la sfida di curare un metodo per accedere ai suoi lavori e alla loro interpretazione. La natura del titolo si riferisce alla scelta di distribuire l’esposizione in diverse sedi, portando lo spettatore a compiere dei percorsi e ad immergersi nella mappatura “emozionale” della città. Il termine “Topological” lascia supporre già di per se un regola, un’istruzione logica per scandagliare lo spazio e stabilirne la finitezza, e allo stesso tempo anche la finitezza che in Nauman (come nella città di Venezia), abbiamo visto, è sempre inafferrabile. Anche la scelta di stabilire tre categorie di lavori (teste e mani, fontane e neon, suono e spazio) per scandire i percorsi è fin da subito intesa coscientemente come relativa, dal momento che ogni lavoro sembra estendersi verso l’altro, sia formalmente che per contenuto. È una mostra quindi che vuole riconoscere fin da subito l’inattuabilità della sua pretesa, quello di abbracciare la complessità delle produzione artistica di Nauman nella sua interezza, ma non rinuncia a suggerire una forma di controllo. Proprio per questi motivi si può parlare di un sentimento di frustrazione alla base del concept, sentimento che possiamo considerare quindi efficace come commento all’esperienza delle opere esposte, dove la stessa frustrazione è il punto nodale del rapporto con lo spettatore. Non tutti i lavori di Nauman presentati in occasione di Topological Gardens raccontano palesemente quest’esperienza, pur rimanendo un leitmotiv ricorrente, solo in alcuni casi appare come la questione centrale.
L’opera esposta a Ca’ Foscari Double steel cage piece (1974) è forse il lavoro che più direttamente ci parla di controllo: due grandi gabbie a rete di metallo, una dentro l’altra, distanti quel che basta per permettere allo spettatore di entrarvi e rimanere ostacolato. Il controllo autoriale è letteralmente formalizzato con una struttura di detenzione. La gabbia interna permette solo di girare intorno al perimetro della struttura, stringendoci tra quella esterna. Non ci si può chinare, non ci si può girare, si può solo procedere nell’unica direzione possibile all’interno del lavoro. Abbiamo quindi una prigione per una prigione, un interno dentro un interno, e nel mezzo il desiderio, o meglio lo spettatore desiderante/dipendente, invitato ad accedere all’opera ma intrappolato in uno spazio che l’artista ha calcolato con il suo corpo, misurando l’apertura col movimento ciondolante delle sue anche. In questo caso il corpo dell’artista per Nauman è il prototipo che agisce a formalizzare l’opera, ed è quindi anche il modulo disciplinante dell’esperienza: è come se l’artista ci invitasse ad accedere al lavoro e ad accettare di essere incarcerati in uno spazio firmato dal segno della sua presenza. Un altro segno della presenza della frustrazione risiede nella forma ripetitiva che l’opera suggerisce, sia dai pannelli modulari da cui è composta, sia dalla forma-prigione in se, per via dell’alternarsi degli intrecci di filo metallico, che mentre camminiamo formano un ritmo monotono di vuoto-pieno-vuoto-pieno estraniante. Questo fenomeno porta alla mente la “partecipazione dipendente” di cui parlava Touraine, quando affermava che “..l’alienazione è una conseguenza del conformismo e della complicità verso di esso”.
Double steel cage piece è stato collocato in una stanza abbastanza angusta rispetto alla mole del lavoro, in fondo ad un vicolo cieco del percorso di Ca’ Foscari. La camera che la custodisce sembra quasi una terza gabbia per contenere il pubblico rimasto fuori dalla matriosca di metallo: mentre si osserva da fuori lo spettatore intrappolato nell’opera, si è in realtà “ingabbiati” nello stesso inevitabile meccanismo di controllo.
Il padiglione americano ai Giardini invece ospita un’opera che il team curatoriale inizialmente non aveva contemplato, ma che Nauman ha suggerito perchè fosse esposta: 'Hanging carousel (george skins a fox)', (1988). È una sorta di giostra, una croce nera pendente al centro della stanza cui sono appese carcasse di vari mammiferi in poliestere, al centro abbiamo un piccolo monitor che trasmette il video di un tale Gorge intento a scuoiare una volpe. L’intera struttura si muove girando lentamente in senso orario e antiorario, scandendo lo stesso ritmo incessante di altri suoi lavori caratterizzati da un movimento rotatorio (come "Untitled 1970/2009" presente a Ca’ Foscari). Il video di Gorge lo spellatore è una visione orrenda quanto delicata, i gesti delle mani sul corpo dell’animale sono veloci ed esperti, c’è una grazia e una bellezza in quei movimenti che fuori dal loro contesto potrebbero essere adatti ad un pianista. Come abbiamo già detto, è frequente la volontà dell’artista di ricordare l’esistenza di una prassi, una continuità che disciplina l’universo di tutte le sue opere: la stessa ambiguità del gesto è richiamata da una sala nella parte opposta del padiglione, in cui una foresta di mani nell’opera 'Fifteen pairs of hands', (1996) mostra come gli stessi segni ricombinati in connessioni differenti, mutino completamente di senso. I simboli di questi arti mutilati, anche se misteriosi, lasciano trapelare un’espressione delicata e unica per ogni incontro tra falangi.
Tornando al carosello, le dimensioni minime del monitor e il movimento circolare dell’installazione rendono difficile capire di cosa si tratti se si è fuori dalla giostra. È necessario superare il circolo di morte ed entrare nel lavoro. Ancora una volta Nauman ci seduce ad entrare nel cerchio, ed infatti ci ritroviamo nella stessa situazione di Double steel cage piece, stretti tra due muri: quello delle carcasse che continuano a girarci intorno e quello del video dello scuoiatore di fronte a noi. Lo spettatore una volta entrato nel meccanismo non può che seguire la torsione di questo macabro carosello per inseguire lo schermo, e allo stesso tempo “subire” la presenza della morte mentre fluttua appesa intorno a lui.
Il lavoro si trova in una sala dedicata completamente al tema del gesto. In particolare la scelta di collocarlo nella posizione centrale permette al lavoro di rimanere in asse con ‘From hand to mouth’, lavoro in cui vediamo una striscia di corpo umano che va letteralmente dalla bocca alla mano destra. Anche in questo lavoro c’è qualcosa di orrendo e delicato, ma la cosa che si nota fin da subito, è che la mancanza del corpo è una presenza più forte di quella della porzione. La minima parte delle informazioni che Nauman ci fornisce, lasciano intuire la presenza di un corpo umano, e questo crea un’inevitabile sensazione di vuoto. È una delle regole che sta alla base del disegno, nella copia dal vero si privilegia sempre il profilo degli spazi mancanti piuttosto che delle figure piene, è la regola per ottenere la giusta proporzione dell’oggetto. In un certo senso anche 'Hanging carousel’ ci parla del vuoto lasciato dal corpo: mostrandoci i calchi tassidermici di vari animali, l’opera mette in mostra il vuoto del mondo sottopelle, un vuoto che è impossibile riconoscere senza il suo involucro.
Nauman ha anche realizzato un lavoro inedito per Topological Gardens, il titolo è ‘Giorni/Days’, si tratta di un’installazione sonora presente sia nella sede di Ca’ Foscari che in quella di Tolentini.
In entrambi i casi è stato collocato nell’ambiente più spazioso della sede.
La struttura consiste in un lungo corridoio di piccoli pannelli sospesi e alternati, sono 14 pannelli quadrati e bianchi che funzionano da casse sonore: da ognuno di essi infatti provengono voci diverse, recitanti la sequenza dei giorni della settimana, in inglese per una sede, nell’altra in italiano. Si può distinguere la voce di una bambina o di un vecchio, di un uomo o di una donna. Il tema della soggettività è sicuramente molto forte, in ogni caso la ripetizione ossessiva con cui i suoni riempiono l’ambiente non può che far pensare innanzitutto all’incedere del tempo. Mentre si procede nel corridoio si assiste al continuo rimescolarsi di tutte queste soggettività. Si rincorrono, cercano di andare a sincrono nella conta, ma dal momento che ognuna rispetta solo il proprio canone specifico, non fanno altro che creare un forte brusio indistinto. Per ogni passo, intorno allo spettatore è già passata una settimana, un mese, e forse la voce più lontana sta già contando la fine del suo percorso.
Il lavoro porta alla luce uno degli antichi interessi di Nauman, la nozione di “linguaggio-gioco” delle ‘Indagini filosofiche’ di Wittgenstein, per cui “il significato delle parole è sempre contingente all’assoziazione che ne fa il soggetto con un’esperienza e una conoscenza culturalmente più ampie”. Sempre secondo Wittgenstein, “Come può un intero gruppo di criteri distinguersi come compiutamente eterno rispetto al linguaggio, dal momento che è connaturato al suo contesto?”.
Nauman, con la sua ricerca del controllo fisico sull’esperienza soggettiva dello spettatore
ha sempre cercato di portare in evidenza questo problema. In questo caso il gruppo di criteri di cui parla Wittgenstein è la percezione convenzionale del tempo, che come risulta dall’opera di Nauman, è allo stesso tempo completamente relativa ad ogni specifica soggettività. Forse l’opera suggerisce una prospettiva del tempo intersoggettiva, se intendiamo il nostro camminare nel corridoio come metafora della nostra personale percezione temporale, immersa in una pluralità da cui non può prescindere .
C’è sicuramente un forte richiamo al lavoro di Nauman del 1996 intitolato ‘World Peace’ (non presente alla mostra), in cui lo spettatore si trovava immerso in una simile sequenza interminabile di confronti tra soggettività: 5 diversi video rappresentanti 5 persone con connotati, età, atteggiamenti, tono della voce diverse, che recitano incessantemente “io parlerò, tua ascolterai, egli parlerà…”, ogni volta interpretando la sequenza con tonalità e volumi differenti, provocando l’effetto di un apparente dialogo tra i personaggi, in contrasto con la loro ripetizione alienata. ‘World Peace’ era un’opera che parlava della natura dei segni, delle leggi che governano il linguaggio e del meccanismo vitale che mette in moto il movimento tra significato e significante. Lo spettatore si trovava nell’ambigua posizione di decifrare uno scambio tra soggetti che era in realtà inconsistente. Anche in questo caso c’è un forte grado di “dipendenza”: costantemente sollecitato dalla sovrapposizione e rimescolanza di segni, il pubblico non può evitare di interpretare, generando ogni volta nuove connessioni e nuovi significati. Anche se provocato dal vuoto principio di efficienza di una ripetizione, il linguaggio qui porta in primo piano la questione dell’altro, di chi riceve. Allo stesso modo, il desiderio e la frustrazione abitano anche in ‘Giorni/Days’. Non possiamo infatti evitare di cercare una corrispondenza tra il nostro avanzare nel corridoio e la sequela del tempo scandito dalle voci che ci circondano, voci senza volto, voci della coscienza, meta-voci che ci ingannano ad ogni passo, illudendoci di dare un ordine al nostro incedere fino alla fine del tempo, ma destabilizzandoci ugualmente ad ogni segno di sfasatura.
Ricordiamo la famosa operazione di Nauman che consisteva nel produrre il calco dello spazio sotto una sedia, intitolata ‘Cast of the Space under My Chair’(1965-68): è la concretizzazione del dialogo tra assenza e presenza, interno ed esterno, lo stesso che c’è tra oggetto e soggetto, spettatore e artista. È una scultura che precorre tutto il divenire dell’ opera di Nauman sulla prospettiva della ‘frustrazione’, della pura esperienza potenziale, che in questo testo è stata chiamata ‘desiderio amoroso’. L’intervento curatoriale di Topological Gardens, produce una metaforica colata di cemento tra le distanze che separano gli spazi espositivi, ricalcando le analogie che i tre generi formulati sanno manifestare da un lavoro all’altro, riempiendo la distanza che c’è tra la mappatura topologica del contesto e le opere di Nauman.
Il risultato è una “spazializzazione” del linguaggio del desiderio, i significati non sono più da cercare solo nelle stanze e nelle sedi in cui sono presentati i lavori, ma negli spazi che le separano, gli stessi che abbiamo percorso per incontrarle.